Ama il tuo simile, odia il tuo prossimo

civitavecchia croce rossa francesco scura migranti May 03, 2023

Coraggio, vita umana, speculazione politica: purtroppo nei nostri attuali rappresentanti istituzionali sembra essere evidente l'assenza di coraggio nelle scelte, la mancanza di rispetto della vita umana, e solo un'ampia scelta di speculazione e opportunismo politici.

 

Già in preallerta dal giorno precedente, stanotte, con diverse squadre della Croce Rossa, ci siamo diretti verso il porto di Civitavecchia per i servizi di prima assistenza ai migranti in arrivo sulla nave Ocean Viking.

Le squadre si definiscono in base alle necessità delle persone da assistere e poi in funzione della disponibilità, dell'esatta preparazione e di competenze sempre più specifiche dei soccorritori e dei volontari.

E, in virtù dell'assistenza necessaria, fanno parte delle squadre anche dei mediatori culturali, in particolare uno originario dell'Algeria e l'altro, giovanissimo, della Costa D'Avorio.

Le loro storie, per quanto appena accennate, sono a dir poco paradigmatiche della siderale distanza che esiste tra l'insipienza e la superficialità di tante, troppe affermazioni politiche e la realtà di chi, sulla propria pelle (e per un sano, globale istinto di sopravvivenza), vive il dramma dell'emigrazione forzata come unica opzione di vita.

Dall'Algeria

A. parla sei lingue, e le parla con una naturalezza che non credo di aver mai visto, ma parla sopratutto con gli occhi: sorride in modo contagioso, e sorride consapevolmente a tutti, alla polizia scientifica che procede con il primo foto-segnalamento (primo passo di una lunga serie di controlli e verifiche personali), ai funzionari dell'autorità di frontiera, ma sopratutto sorride in modo accogliente a ogni persona che scende dalla nave per camminare finalmente su quello che dovrebbe essere un suolo e un approdo accogliente.

A. è nella mia stessa squadra, proprio sottobordo e nei pressi della passerella che ordinatamente viene attraversata da una persona per volta per provare a sentirsi, forse di nuovo o forse per la prima volta, davvero al sicuro.

A. è arrivato in Italia, dall'Algeria, all'inizio degli anni '90, ma fino a quel momento nel suo Paese stava benissimo: sorride mentre lo ripete, e in quel preciso momento penso che quel sorriso pieno di orgoglio andrebbe sbattuto in faccia a ogni sciacallo politico che infesta la nostra democrazia.

Già ben prima di partire, pur molto giovane, A. aveva percepito che il clima politico algerino stava cambiando, che la deriva integralista non si sarebbe fermata tramite un semplice esito elettorale e che, al potere o meno, un colpo di Stato militare sarebbe potuta diventare un'opzione sempre più plausibile.

E allora, proprio nel 1991 e proprio come probabilmente avrebbe fatto ognuno di noi, decise di partire.

Negli stessi anni in cui A. cercava di ricostruirsi una vita letteralmente dal nulla, in Algeria scoppiava una guerra civile che durerà fino al 2002: undici anni di guerra civile in cui moriranno, secondo diverse stime indipendenti, più di duecentomila persone.

La sofferenza di aver abbandonato gli affetti più cari e la propria terra non può non fare i conti con il diritto alla vita che, non solo formalmente, dovrebbe essere garantito a tutti.

Anche a quei politici che, dal basso delle poltroncine che occupano, si nascondono dietro un meschino tornaconto elettorale.

Dalla Costa d'Avorio

Anche A. è un mediatore culturale, ma è giovanissimo, ha 21 anni ed è in Italia da cinque anni.

Mentre noto un certo pudore nel rispondere alla mia curiosità, mentalmente faccio dei conti che non mi tornano, che faccio fatica a far tornare.

Alla stessa età della maggiore delle mie figlie, A. è scappato dal suo Paese senza neanche sapere che si sarebbe fermato in Italia, perché evidentemente questo vuol dire fuggire da situazioni pericolose, drammatiche, insostenibili o irreversibili.

Ha impiegato quasi un anno per raggiungere l'Italia, un viaggio lungo un anno quando aveva la stessa età di mia figlia che tutti i giorni prende coraggiosamente l'autobus per andare e tornare da scuola.

A. è molto diretto ed efficiente nel modo in cui si rivolge a tutte le persone in attesa, indirizzando correttamente chi deve fermarsi in una delle tende da campo per una visita medica, chi deve procedere per gli uffici della polizia di frontiera per l'identificazione, chi insiste comprensibilmente per riunirsi con familiari e amici, o anche solo chi ha bisogno di andare al bagno.

Ma nel frattempo, pur non entrando nei dettagli, mi spiega quanto sia difficile (e doloroso, evidentemente) condividere quello che noi, semplicisticamente, chiamiamo "viaggio": un'esperienza di sofferenza e privazioni, in cui ogni momento può essere quello in cui essere separati dal proprio nucleo, in cui veder morire le persone a cui si è legati, in cui dover subire o dover assistere alla violenza cieca perpetrata senza ragione.

Ma una cosa la dice guardandomi con grande intensità: se lui è davanti a me, in quel momento, mentre tanti altri sono morti, è solo per una questione di assurda fortuna, di ingiuste casualità che determinano l'andamento degli eventi.

Dignità e compostezza

L'atteggiamento dei nostri mediatori culturali è il perfetto contraltare della compostezza delle persone che scendono dalla nave Ocean Viking: ringraziando con un sorriso o con un impercettibile cenno della testa, sembrano quasi scusarsi dell'impegno che ognuno di noi profonde nelle singole attività di assistenza, pur arrivando da situazioni di assoluta disperazione, viaggi infiniti e dolorosi, esperienze al limite della sopportazione umana che hanno lasciato segni evidenti nel corpo e nella mente di ognuno.

Eppure, a parte gli insipienti della politica, a ognuna delle centinaia di persone presenti sembra chiara la stessa cosa: in condizioni di difficoltà e disperazione, ognuno di noi vorrebbe trovarsi di fronte una porta aperta o un porto sicuro, e non certo diffidenza e ostilità.

Quattro differenti interventi di soccorso

L'equipaggio della nave è intervenuto in quattro diversi frangenti per soccorrere, e far salire a bordo, le 168 persone che poi abbiamo contribuito ad assistere al porto di Civitavecchia.

Poi alla nave di S.O.S. Méditerranée, pur trovandosi già in acque territoriali maltesi, è stato assegnato lo sbarco a Civitavecchia, con la replica che è stata secca e immediata: "Civitavecchia si trova a 942 chilometri di distanza e ci vogliono tre giorni di navigazione, e mentre navighiamo verso nord temiamo che altre vite possano essere a rischio nel Mediterraneo centrale: l'assegnazione di un porto distante è un ulteriore peso sulle già fragili condizioni dei naufraghi e svuota il Mediterraneo di mezzi di soccorso".

Persone

Sette donne (di cui una incinta), quattro bambini piccoli, quasi venti minori non accompagnati e uomini anche giovanissimi, partiti principalmente dalla Siria, dal Sudan, dall'Egitto e dal Bangladesh, in tutto 168 persone che, almeno per i nostri attuali rappresentanti istituzionali, sono così prossimi ma non abbastanza simili per essere accolti e realmente aiutati in Italia.

 

Francesco Scura '23

 

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