La guerra è un problema ecologico, del rapporto tra esseri viventi e tra essi e l'ambiente che abitano

5 novembre giuseppe de marzo guerra manifestazione pace roma Nov 15, 2022

5 novembre 2022, Roma, manifestazione per la pace. Sia prima che dopo ho ascoltato le posizioni più diverse: bisogna partecipare, non ha senso partecipare, bisogna dare un segnale, non partecipo a niente che abbia un cappello politico, è inutile, e così via. Io ho partecipato e come ogni volta che mi trovo in un corteo per la pace, mi è venuto in mente “Il sangue degli altri” di Simone de Beauvoir.

Io, singolo individuo immerso nella folla, mi trovo a guardarmi attorno, euforica per tanta partecipazione, ma scoraggiata per la consapevolezza che l'azione di partecipare ad una manifestazione per la pace non porta automaticamente alla pace.

Guardo quella folla come altro da me e mi chiedo se anche gli altri hanno la stessa certezza; è una folla di cui non so niente, variegata, per età, provenienza, lingua, ideale politico, credo religioso, ma unita dal solo coro per la pace. Osservo tutte quelle persone, motivate, determinate, e mi interrogo se anche chi partecipa alla guerra ha la stessa sensazione di essere in un flusso di eventi il ​​cui risultato è scollegato dal momento personale che sta vivendo, partecipando con una folla di cui non sa niente, variegata per età (forse un po' meno), per provenienza, lingua, pensate ai tanti dialetti, per l'ideale politico, il credo religioso, con il solo obiettivo di consolidare il potere di qualcun altro, perché chi vuole il potere, non scende in battaglia, non rischia la vita. Ecco sicuramente una differenza tra le due circostanze: in battaglia non scendono i politici, alle manifestazioni per la pace sì, devono mettere il cappello sull'evento, fare bella figura, accaparrarsi la simpatia e la fiducia della gente, soprattutto di quella che ha poca memoria e non ricorda i vari voltafaccia, gli accordi ipocriti e i continui aumenti per le spese militari. Nessun politico rischia, tutti si mettono in mostra, in entrambe le circostanze. Ho visto facce note tra la folla, certo, mischiarsi al flusso, ma ho visto anche tante farsi fotografie con gli striscioni e poi sparire, quando era stato chiesto di “tenere fuori i partiti”. Ma è mai possibile? Perché anche le tante associazioni, non sono specchio o rappresentanza di una certa politica? Di certe aree politiche? Sarebbe bello non vedere le foto di politici che aprono il corteo o che sorreggono striscioni e poi si defilano, questo sì, ma questo è un problema mediatico.

E i manifestanti? Loro marciano per gridare “no alla guerra”, intonano canti, ballano al suono di tamburi o di canzoni che provengono dalle casse di camion colorati per le strade delle capitali, e colgono l'occasione per portare l'attenzione anche alle guerre che si combattono in altri Paesi, perché la pace non deve essere solo in Ucraina, ma anche in quei tanti e dimenticati luoghi dove le armi risuonano quotidianamente. Riescono questi canti a soverchiare il rimbombare delle armi? La risposta è ovvia. No. Dai tempi dei tempi.

Ho sentito tante voci, prima e dopo la manifestazione, dire che è inutile manifestare, che è anche ipocrita, perché, mentre si canta in corteo, da un'altra parte c'è gente che muore.

C'è gente che muore, vero. Gli altri che muoiono, il sangue degli altri che viene versato mentre io cammino in mezzo agli striscioni arcobaleno, marcio a passo di musica, sorrido ai bambini festanti che vengono portati in spalla dai genitori, inutilmente, in nome di una causa che appena mi sfiora.

Eppure, personalmente, penso che siamo tutti responsabili di tutto davanti a tutti.

Sono responsabile per me stessa, per chi mi sta accanto e per chi è meno vicino, per la mia casa e per quella degli altri, perché nel nostro mondo globalizzato, una crepa che si apre accanto a me squarcia anche il muro più lontano.

Si manifesta perché è un diritto conquistato anche questo col sangue, e mai vada perduto; si manifesta perché la mia pace dipende dalla pace degli altri, perché se la nostra voce non può arrivare lontano può essere portata, perché una causa si collega ad altre cause e quindi la pace ucraina diventa la pace di tutti gli altri Paesi, e i diritti ucraini diventano i diritti di tutti gli altri Paesi e le bandiere arcobaleno inglobano le bandiere di tutto il mondo, così che accanto alla comunità ucraina ci sono le comunità africane, la comunità irachena, quella birmana, quella afgana, quella palestinese, tutte quelle che oggi vivono conflitti, ed ogni migrante che manifesta con noi può far arrivare alla propria famiglia il messaggio che fuori, a kilometri e kilometri di distanza c'è un fiume di gente che in mezzo agli striscioni per l'Ucraina ha messo, ad esempio, anche un messaggio per le donne irachene, per le donne di tutto il mondo, per gli oppressi di tutto il mondo. Si scende in strada a invocare il cessate il fuoco, anche se quella voce non arriverà là dove deve arrivare, ma sicuramente arriverà alle orecchie di chi quel fuoco lo alimenta, platealmente o, come fanno i più, in sordina e la mia voce si confonde con quella degli altri, perché il sangue degli altri è esattamente come il mio.

Chiara Bellini '22

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